Home Chi siamo Tecnologie News Contattaci
News

fonte Qualenergia del 5 marzo 2014

L'interesse per i sistemi d'accumulo da abbinare al fotovoltaico domestico in Italia negli ultimi tempi è altissimo. Non c'è da meravigliarsi: con prezzi dell'elettricità dalla rete tra i più alti in Europa e con la fine della tariffa feed-in del Conto Energia, nel nostro paese la parola d'ordine nel FV , ora più che mai, è massimizzare l'autoconsumo.

Come abbiamo raccontato, qualcuno le batterie abbinate all'impianto ha già iniziato ad installarle, ma il mercato è in sostanza ancora fermo in attesa delle disposizioni normative dell’Autorità per l'Energia. Normative che stanno per arrivare: secondo alcuni rumors potrebbero essere pronte fra qualche mese.

E' dunque il momento di capire se, con i prezzi attuali, sia già conveniente installare un piccolo sistema di accumulo abbinato al fotovoltaico. Abbiamo costruito dei business plan ipotetici, scoprendo che grazie alla detrazione fiscale del 50% già ora installare un piccolo impianto FV con accumulo sembra un buon affare. Si parla di tempi di rientro dell'investimento di circa 9-10 anni e un tasso interno dell' 8-10%.

Ma andiamo a vedere da vicino le simulazioni economiche, per le quali ci siamo avvalsi della preziosa consulenza dell'ingegner Rolando Roberto e dei suoi colleghi di ATER, l'associazione dei tecnici delle rinnovabili. I casi che abbiamo ipotizzato sono due: il primo si riferisce a una casa abitata da 3 persone con consumi annui tali da poter ipotizzare un impianto FV da 3 kWp e una capacità di accumulo di 5,5 kWh effettivi; la seconda ipotesi è stata fatta raddoppiando i consumi, installando così un generatore FV da 6 kWp con accumulo da 11 kWh effettivi. In entrambi i casi per la produttività del FV abbiamo ipotizzato che gli impianti si trovino in Centro Italia.

Di che tecnologia di storage stiamo parlando? “In attesa che scendano i prezzi delle batterie al litio, il mercato si sta muovendo utilizzando prodotti al piombo-acido. Il miglior compromesso in questo momento sembrano le batterie al gel per applicazioni solari long life; abbiamo utilizzato un sistema equipaggiato con questa soluzione”.

Il costo? Per l'impianto FV da 3kWp con batteria da 5,5 kWh abbiamo stimato un prezzo, chiavi in mano e Iva compresa, di 14.200 euro, per l'impianto da 6 kWp con accumulo da 11 kWh si sale a 25mila euro. Un costo iniziale cui abbiamo aggiunto le spese di manutenzione: nella nostra analisi abbiamo previsto, nei 20 anni, due sostituzioni dei pacchi batterie e una sostituzione dell'inverter, ipotizzando per la seconda sostituzione una riduzione dei prezzi di almeno il 30%.

Gli accumuli delle nostre simulazioni sono dimensionati in modo da innalzare l'autoconsumo dal 35 a circa il 90%, abbiamo ipotizzato che gli impianti abbiano la possibilità di effettuare lo scambio sul posto e che il costo dell'elettricità dalla rete aumenti del 4% l'anno (incremento medio degli ultimi anni). Il dimensionamento è stato pensato analizzando il profilo dei consumi nei vari mesi dell’anno e dalle fasce orarie in cui l’utente spende di più.

E veniamo ai risultati. Come detto, anche con i prezzi attuali delle batterie, decisamente alti e per i quali si prevede un drastico calo nei prossimi anni, il bilancio economico sembra accettabile, a patto di poter accedere alle detrazioni fiscali del 50% (che dal 2015 scenderanno al 40% e dal 2016 al 36%).

Nella nostra ipotesi l’impianto domestico da 3 kW con accumulo si ripaga in 10 anni e, nell'arco dei 20 anni, si ha un risparmio, al netto delle spese, di oltre 14.600 euro, con un ritorno dell'investimento annuo del 5,2%, un IRR dell'8% e un VAN al tasso del 2% che arriva a 19.800 euro.

Ancora più conveniente il caso del 6 kW in cui, a fronte di valori di IRR del 10% e ROI del 6,3%, abbiamo un rientro in circa 9 anni, un risparmio netto di oltre 31.500 euro e un VAN di 38.600 euro.

 






fonte GreenStyle del 23 gennaio 2014

Proprio non piace agli ambientalisti la proposta di obiettivi climatici al 2030 appena presentata dalla Commissione Europea. Si tratta dei nuovi impegni in materia di emissioni di gas serra e sviluppo delle fonti rinnovabili che Bruxelles vorrebbe adottare (se Parlamento e Consiglio saranno dello stesso avviso) per il decennio 2021-2030. 

Da Greenpeace a Legambiente ad Anev, la proposta non convince gli ambientalisti, sia per la mancanza di impegni vincolanti in tema di efficienza energetica, sia per il target su CO2 e rinnovabili, giudicato dagli ecologisti troppo poco ambizioso.

Ma ecco, nel dettaglio, cosa prevedono gli obiettivi climatici al 2030 proposti dalla Commissione UE:

  • Riduzione delle emissioni di gas serra: taglio del 40%, rispetto ai livelli del 1990, da perseguire entro il 2030. Si tratta di una soglia complessiva che vale per l’intera UE, senza indicazioni specifiche per i singoli stati membri, chiamati invece a redigere un proprio piano nazionale con le misure da adottare.
  • Sviluppo delle fonti rinnovabili: sempre entro il 2030, le energie pulite dovranno arrivare a coprire i l27% del fabbisogno totale dell’Unione Europea.
  • Efficienza energetica: non è stato previsto alcun obiettivo di risparmio energetico (attualmente “vige” la soglia non vincolante di un 20% di efficienza in più, rispetto al 1990, da raggiungere nel 2020).
  • Sistema ETS (Emission Trading Scheme, mercato del carbonio): introduzione di una “riserva” per da sfruttare all’inizio del prossimo periodo di scambio ETS, previsto per il 2021. La riserva dovrebbe, da una parte, consentire di smaltire l’eccedenza di quote di emissioni accumulatasi negli ultimi anni, e dall’altra di migliorare la resilienza del sistema agli eventuali shock.

Questo pacchetto di proposte dovrà a questo punto passare il vaglio delle altre istituzioni comunitarie. La discussione in seno al Consiglio europeo è prevista per il prossimo marzo, ma anche il Parlamento dovrà esprimere il suo parere.
 
E' già arrivato, intanto, e non è positivo, il parere delle principali associazioni ambientaliste. Per Legambiente, ad esempio, si tratta di una “pericolosa e preoccupante retromarcia” dell’Europa rispetto alla necessità di contenere il fenomeno del riscaldamento globale.

Citta_piu_inquinate
fonte GreenStyle del 21 ottobre 2013

L’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, ha redatto una mappa in cui prende in considerazione 1100 città in tutto il mondo, per mostrare quelle più inquinate. Questo studio rientra nell’ambito di quello più ampio, pubblicato qualche giorno fa, che rendeva ufficiale il collegamento tra inquinamento atmosferico e cancro. Più nel dettaglio, la mappa dell’OMS mostra le emissioni di particolato in tutto il mondo, e precisamente il PM10 e il PM2,5, ovvero il particolato sottile rispettivamente del diametro di 10 micron e 2,5 micron.

La ricerca si è concentrata su 1100 città di 91 Paesi dell’intero globo, e tra esse c’erano anche 30 italiane. Non solo le principali come Roma e Milano, ma è stato effettuato uno scan molto dettagliato del nostro Paese, da Nord a Sud. Nell’elenco infatti compaiono anche città più piccole come Forlì, Cremona e Novara. I dati presi in considerazione riguardavano il periodo 2003-2010 e le relative misurazioni degli agenti inquinanti effettuate con strumenti ufficiali in ogni città. La scelta non è casuale. La banca dati infatti si propone di rappresentare i livelli dell’esposizione umana, e quindi cattura principalmente le misurazioni delle stazioni di monitoraggio situate nei centri urbani, nelle zone trafficate, nelle aree residenziali e commerciali.

Il livello medio di PM10 in tutto il mondo varia tra i 21 microgrammi per metro cubo e i 142, con una media, che separa l’inquinamento “preoccupante” da quello che non lo è, a 71 microgrammi. Dalla cartina si nota subito che la situazione migliore inaspettatamente si trova in Nordamerica, e in particolare proprio negli Stati Uniti dove, fatta salva qualche eccezione, i puntini sono tutti verdi. Il che significa che l’inquinamento medio è inferiore ai 20 microgrammi per metro cubo. Abbastanza bene anche l’Europa, mentre la situazione più preoccupante, a livello mondiale, è riscontrabile in Medio Oriente e nei Paesi meridionali dell’Asia dove il carbone è ancora la principale fonte di approvigionamento energetico e dunque le emissioni sono maggiori.

In Italia non si supera mai il livello più preoccupante, i 71 mg/m3, almeno nelle 30 città considerate. Dall’analisi si nota che la città più inquinata è Torino, il cui livello medio è di 47 microgrammi per metro cubo, seguita da Milano e Napoli con 44. Le migliori invece sono Genova, Cagliari e Livorno. Allargando lo sguardo al resto del mondo si scopre che alcune città sono davvero allarmanti. Kermanshah, in Iran, raggiunge livelli di 229 microgrammi per metro cubo, Ulaanbaatar, in Mongolia, addirittura 279.

DILLO AD UN AMICO ---->

Tell a Friend


Home
Chi siamo
Tecnologie
News
Contattaci
Dove siamo
 
 
Site Map